La festa del ritorno

La festa del ritorno libro di Abate Carmine


Carmine Abate




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  • Ne La festa del ritorno ( Mondadori, Milano, 2004 ) Abate racconta, ambientandola in un paese della comunità albanese della Calabria che egli chiama Hora e che occulta fin dalle prime pagine con l’indicazione della “scalinata della chiesa di Santa Veneranda” e del “bar Viola” un diretto riferimento a Carfizzi, dove appunto si parla l’arbëresh, una storia di emigrazione di un padre costretto a vivere e a lavorare in un paese straniero, lontano dalla famiglia, ma che, seppur per brevi periodi, ritorna sempre a casa in occasione delle feste di Natale per partecipare alla accensione del grande fuoco di Natale sul sagrato della chiesa. Quel fuoco risveglia in lui i ricordi e il desiderio di raccontare, di far conoscere la sua biografia a suo figlio e agli altri compaesani. Il nucleo tematico della narrazione verte, come spesso avviene nei romanzi di Abate, sulla questione sociale dell’emigrazione, percepita come una serie ininterrotta di lacerazioni del rapporto affettivo, che si instaura nei rapporti interpersonali e familiari dei protagonisti, inferte da una sorta di condanna esistenziale al distacco dalla propria terra, che si riverbera sul destino del figlio costretto anche lui a partire per vincere la miseria e l’emarginazione.
    Il dolore della partenza è l’elemento genetico della scrittura e della narrazione e attiva la cognizione cronologica nel bambino che chiede conto al padre delle sue periodiche assenze.
    L’autore affronta, attraverso il racconto che un padre fa al figlio della sua vita di emigrante, fatta di continue partenze e ritorni, il dramma della dislocazione, dell’impossibilità di percepire la spazialità come luogo fisso in cui, come dice Glissant, “un pensiero del mondo incontra un altro pensiero del mondo”.
    Il luogo però è necessario perché la relazione si instauri a livello di immaginario tra il luogo e la totalità mondo. E nella vita dell’emigrante il luogo non è un territorio ma uno spazio in movimento, quello che sul piano psicologico determina la “identità-rizoma” cioè una identità costituita da vari innesti,polistrutturale, ben diversa per struttura e origine, dalla cosiddetta “identità-radice”, unitaria e monostrutturale. La circolarità del viaggio, l’impossibilità di bloccare la dinamica avvicinamento-allontanamento in rapporto ad una spazialità statica, determinano una percezione del luogo come molteplicità, così come l’identità non è più unica, ma frantumata, molteplice, stratificata dalla autobiografia relazionale dei personaggi.
    L’io protagonista attiva nella sua psicologia un meccanismo di rimozione dell’angoscia creata dal rapporto disforico tra soggetto e assenza del genitore e tende a selezionare solo frammenti non precari di euforia interattiva.
    Il desiderio del ritorno, la nostalgia, non presenta unicamente caratteri consolatori. E’ anzi motivo di continua sofferenza per il figlio che avverte l’assenza della figura del padre ogni volta che questi si distacca da lui e per il padre che è condannato a muoversi in una ‛epoché’ spazio-temporale in cui il luogo non è più territorio ma uno spazio in movimento, quello che determina appunto una identità relazionale. L’ansia continua del nostos, che interviene sulla percezione psicologica del tempo da parte del fanciullo si trasforma in un processo archetipico e diviene una forma di conoscenza, che lega sentimento e comprensione, condensata nelle parole di John Fante, anche lui scrittore figlio di italiani immigrati negli Stati Uniti, poste da Abate ad epigrafe del suo romanzo: “Per scrivere bisogna amare, / e per amare bisogna capire”.

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